Nel carrello della spesa, a volte, le cose non tornano. Una confezione di biscotti che sembra improvvisamente più leggera, una bottiglia di succo con una rientranza sul fondo più accentuata, o quella tavoletta di cioccolato che, invece dei classici cento grammi, si ferma a ottantaquattro. Il prezzo sullo scaffale, però, è rimasto identico. Benvenuti nel mondo della shrinkflation (da to shrink, restringere, e inflation, inflazione): un fenomeno economico e di marketing subdolo ma potentissimo, che trasforma la quantità in una variabile invisibile.
Che cos’è esattamente la Shrinkflation?
Coniata dall’economista Pippa Malmgren, la parola descrive la pratica commerciale di ridurre la quantità, il peso o il volume di un prodotto confezionato mantenendo inalterato il prezzo di vendita.
Non si tratta di un errore di produzione o di un restyling grafico, ma di una precisa strategia difensiva adottata dalle aziende di beni di largo consumo. Quando i costi delle materie prime (come cacao, grano, energia o imballaggi) aumentano vertiginosamente e i margini di guadagno si assottigliano, l’aumento diretto del prezzo al pubblico rischia di far crollare le vendite. La shrinkflation aggira l’ostacolo: agisce sottocoperta, trasferendo l’aumento di costo sul grammage anziché sul cartellino del prezzo.
Quando e perché interessa i supermercati?
I supermercati e la grande distribuzione organizzata (GDO) si trovano spesso al centro di questo meccanismo, giocandovi un ruolo duplice:
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La pressione dei grandi marchi (Brand Industriali): Sono solitamente le grandi aziende produttrici a decidere la modifica del formato. Il supermercato si limita a esporre il nuovo packaging. Tuttavia, la GDO subisce l’impatto reputazionale: i consumatori tendono a prendersela con il punto vendita quando percepiscono di essere stati raggirati.
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Il terreno dei prodotti a marchio del distributore (Private Label): Negli ultimi anni, la shrinkflation ha riguardato anche i prodotti private label. Per competere con i rincari generali e difendere il posizionamento di convenienza, alcune catene scelgono di ridurre leggermente i formati dei propri prodotti a marchio anziché ritoccare il prezzo psicologico sullo scaffale.
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La fedeltà del cliente a rischio: Il supermercato vive di fiducia e di abitudini d’acquisto ripetute. Quando un consumatore si accorge che il suo prodotto preferito è “dimagrito”, scatta un meccanismo di disaffezione che può spingerlo verso i discount o verso i marchi concorrenti più trasparenti.
Le sfide del marketing e la risposta del consumatore
Da una prospettiva di marketing, la shrinkflation è una lama a doppio taglio. Se nell’immediato protegge i margini di profitto senza generare lo shock psicologico di un rincaro netto, sul lungo termine alimenta il fenomeno dello “shrink-shaming”: i social media pullulano di utenti che denunciano le variazioni di peso, trasformando un piccolo trucco aziendale in un caso di pubbliche relazioni critico.
Per i supermercati e i brand la parola d’ordine del futuro deve essere la trasparenza. Nell’era in cui il consumatore è sempre più attento al valore reale di ogni singolo euro speso, premiare la chiarezza e comunicare apertamente il valore del prodotto diventa l’unico vero antidoto alla sfiducia.
